Adulterio e ripudio

27 «Voi avete udito che fu detto: “Non commettere adulterio”. 28 Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. 29 Se dunque il tuo occhio destro ti fa cadere in peccato, cavalo e gettalo via da te; poiché è meglio per te che uno dei tuoi membri perisca, piuttosto che vada nella geenna tutto il tuo corpo. 30 E se la tua mano destra ti fa cadere in peccato, tagliala e gettala via da te; poiché è meglio per te che uno dei tuoi membri perisca, piuttosto che vada nella geenna tutto il tuo corpo.
31 Fu detto: “Chiunque ripudia sua moglie le dia l’atto di ripudio”. 32 Ma io vi dico: chiunque manda via sua moglie, salvo che per motivo di fornicazione, la fa diventare adultera e chiunque sposa colei che è mandata via commette adulterio.

(Matteo 5)

3 Dei farisei gli si avvicinarono per metterlo alla prova, dicendo: «È lecito mandare via la propria moglie per un motivo qualsiasi?» 4 Ed egli rispose loro: «Non avete letto che il Creatore, da principio, li creò maschio e femmina e che disse: 5 “Perciò l’uomo lascerà il padre e la madre, e si unirà con sua moglie, e i due saranno una sola carne”? 6 Così non sono più due, ma una sola carne; quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi». 7 Essi gli dissero: «Perché dunque Mosè comandò di scriverle un atto di ripudio e di mandarla via?» 8 Gesù disse loro: «Fu per la durezza dei vostri cuori che Mosè vi permise di mandare via le vostre mogli; ma da principio non era così. 9 Ma io vi dico che chiunque manda via sua moglie, quando non sia per motivo di fornicazione, e ne sposa un’altra, commette adulterio».
10 I discepoli gli dissero: «Se tale è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene prender moglie». 11 Ma egli rispose loro: «Non tutti sono capaci di mettere in pratica questa parola, ma soltanto quelli ai quali è dato.

(Matteo 19)

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Lucas Cranach il Vecchio (1472, Kronach – 1553, Weimar), “Cristo e la donna colta in adulterio”, 1532, Olio su tavola, 82,5 x 121 cm, Museum of Fine Arts, Budapest

 

Il testo del Vangelo proposto oggi per l’ascolto, la meditazione e la preghiera è Matteo 5,27-32, che può essere utilmente completato e comparato con Matteo 19,3-11, laddove Gesù ritorna sullo stesso tema.

Oggetto dell’interpretazione di Gesù è la parola che recita Non commettere adulterio.

Non commettere adulterio è la formulazione del settimo comandamento, della settima parola, secondo la tradizione ebraica (e poi cristiana riformata) basta principalmente sul testo di Esodo 20; del sesto comandamento secondo la tradizione cristiana cattolica, e quella riformata luterana, centrata invece sulle dieci parole come vengono riportate in Deuteronomio 5.

Lutero, nel Piccolo Catechismo spiegava così quello che per lui era il sesto comandamento:

Non commettere adulterio.
Che cosa significa?
Risposta: Dobbiamo temere e amare Dio, e dunque vivere in modo casto e disciplinato, in parole e opere, amando e onorando ognuno il proprio coniuge.

La Chiesa Cattolica, che riformula il comandamento come “Non commettere atti impuri“, allargandone quindi il significato, nel Catechismo attualmente in vigore, se ne occupa dal numero 2331 al 2400 e riassume il tutto così:

2392 « L’amore è la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano ». 

2393 Creando l’essere umano uomo e donna, Dio dona all’uno e all’altra, in modo uguale, la dignità personale. Spetta a ciascuno, uomo e donna, riconoscere e accettare la propria identità sessuale.

2394 Cristo è il modello della castità. Ogni battezzato è chiamato a condurre una vita casta, ciascuno secondo lo stato di vita che gli è proprio.

2395 La castità significa l’integrazione della sessualità nella persona. Richiede che si acquisisca la padronanza della persona.

2396 Tra i peccati gravemente contrari alla castità, vanno citati la masturbazione, la fornicazione, la pornografia e le pratiche omosessuali.

2397 L’alleanza liberamente contratta dagli sposi implica un amore fedele. Essa impone loro l’obbligo di conservare l’indissolubilità del loro Matrimonio.

2398 La fecondità è un bene, un dono, un fine del matrimonio. Donando la vita, gli sposi partecipano della paternità di Dio.

2399 La regolazione delle nascite rappresenta uno degli aspetti della paternità e della maternità responsabili. La legittimità delle intenzioni degli sposi non giustifica il ricorso a mezzi moralmente inaccettabili (per esempio, la sterilizzazione diretta o la contraccezione).

2400 L’adulterio e il divorzio, la poligamia e la libera unione costituiscono gravi offese alla dignità del matrimonio.

Nota un teologo cattolico che:

La formulazione dei Comandamenti ha una storia. Anche per il sesto. Nella legislazione mosaica e in tutto l’Antico Testamento leggiamo: «Non commettere adulterio» (ebraico ni’uf; greco moikeia; latino adulterium) e si commina la morte per entrambi gli adùlteri (Es 20,14).

Nel Nuovo Testamento Gesù condanna non solo l’adulterio (Mt 5,27), ma anche il desiderio di commetterlo anche se non viene realizzato materialmente (Mt 5,28), e anche altri gesti che portano a vivere in modo scorretto la sessualità (concubinato, fornicazione, meretricio).

La Chiesa cattolica ha riformulato questo comandamento nella forma catechistica: «Non commettere atti impuri», facendone il contenitore di tutti i gesti che umiliano il corpo, che è fatto per creare relazioni e vita e viene invece ridotto a oggetto di piacere. Qualunque sia la formulazione, il Comandamento dice che la sessualità deve essere vissuta come gesto di amore tra persone che si sono unite in matrimonio, nel rispetto della persona e del significato del gesto.

 

Che sia il sesto o il settimo comandamento, Gesù comunque ne dà una lettura completa e ne dà la corretta interpretazione. Non solo l’adulterio è riprovevole e vietato, perchè contro la dignità umana, ma in conseguenza di ciò il dare l’atto di ripudio, il divorziare, è è impossibile per chi vuole rispettare il comandamento di Dio.

Da notare lo sgomento dei discepoli quando viene loro detto questo secondo i versetti 10 ed 11 del capitolo 19 di Matteo.

10 I discepoli gli dissero: «Se tale è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene prender moglie». 11 Ma egli rispose loro: «Non tutti sono capaci di mettere in pratica questa parola, ma soltanto quelli ai quali è dato.

Si ricordi, chi legge Matteo 5,27-31, il versetto da cui parte Gesù per dire come va letta la Legge, nel contesto del discorso costellato da Avete inteso che fu detto… Ma io vi dico…

17 «Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento. 18 Poiché in verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto.

Gesù non abolisce la condanna del comportamento adultero, contenuta nella legge e ribadita dai profeti: quella rimane tutto intera.
Gesù abolisce la versione di comodo dell’applicazione di quel comandamento che prevedeva la possibilità del dare il libello di ripudio.

In sintesi:

Il comandamento del Non commettere adulterio è Parola di Dio.
Il libello di ripudio è parola di uomo, di Mosè, data per la durezza di cuore del popolo che comunque, peccatore, adulterino, abbandonava il proprio coniuge, solitamente la parte più debole, la moglie.

Il passo in cui si parla del libello del ripudio si trova in Deuteronomio 24,1:

“Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa”.

Ai tempi di Mosè il divorzio era entrato nei costumi di tutti i popoli orientali.
Mosè, non potendo abolirlo a causa della durezza del cuore degli Israeliti (Matteo 19,8) cerca di limitarlo, togliendo al marito la facoltà di ripudiare la moglie per qualunque motivo. Gli concede di ripudiarla solo in alcuni determinati casi e questo con l’aggiunta dell’osservanza di alcune formalità destinate soprattutto a impedire decisioni affrettate.

Il motivo per cui si poteva dare il libello era il seguente: “qualche cosa di vergognoso”.
In Israele ai tempi di Gesù c’erano due scuole e due vie interpretative, una larga ed una stretta.
C’era la scuola di Rabbi Hillel, (via larga) che interpretava quel “qualche cosa di vergognoso” come sinonimo di qualsiasi motivo.
Ed è per questo che nel Vangelo di Matteo si legge che “gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?” (Matteo 19,3).

Mentre la scuola di Rabbi Shammai (via stretta) dava a quell’espressione un senso molto più ristretto, come risulta dall’uso di quelle parole in altri contesti della Sacra Scrittura: poteva trattarsi di adulterio che non si poteva o non si voleva provare giuridicamente, oppure di fornicazione avvenuta prima del matrimonio, o anche di casi di sterilità, ecc.

La condizione di dover scrivere un libello o di dover ricorrere a chi sapeva scrivere era una garanzia: impediva che si procedesse alla leggera in materia di così grande importanza.
Nel libello il marito dichiarava la moglie sciolta da ogni vincolo e libera di contrarre altre nozze.

Il Talmud, che raccoglie la tradizione di Israele,  ha conservato una formula esemplare di come era scritto questo libello.
Nel passo essenziale si legge:

“Agendo in piena libertà di spirito e senza subire alcuna pressione, io ho ripudiato, rinviato ed espulso te N., figlia di N., della città di N. e che sei stata fino a questo momento mia moglie. Ora rimando te, N., figlia di N. cosicché tu sei libera e puoi, con pieno diritto, sposarti con chi vorrai e nessuno te lo impedisca. Tu sei dunque libera verso qualsiasi uomo; questa è la tua lettera di divorzio, l’atto di ripudio, il biglietto di espulsione, secondo la legge di Mosè e d’Israele”.

Seguivano i nomi dei testimoni.

La donna divorziata ritornava abitualmente da suo padre (Levitico 22,3) e poteva risposarsi.
Ma la sua sorte non era spesso molto invidiabile e la Bibbia ce la presenta come una donna umiliata. Si legge: “Come una donna abbandonata e con l’animo afflitto, ti ha richiamata il Signore” (Isaia 54,6).
Inoltre ai sacerdoti, che dovevano essere impeccabili dal punto di vista umano, non era permesso sposare una donna ripudiata: “Il sacerdote sposerà una vergine. Non potrà sposare né una vedova né una divorziata né una disonorata né una prostituta, ma prenderà in moglie una vergine della sua parentela” (Levitico 21,13-14).

Nonostante il libello del ripudio il secondo matrimonio rimaneva solo tollerato, come si evince dalle parole del Signore: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così” (Matteo 19,8) perché contrario a quanto ha detto Dio all’alba della creazione: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne” (Genesi 2,14).

Quel libello rimaneva sempre una violazione dell’ordine naturale voluto da Dio all’inizio della Creazione.

In occasione del recente “Sinodo sulla famiglia” della Chiesa cattolica, molto si è parlato della prassi di molte Chiese della famiglia ortodossa che concedono la possibilità delle seconde nozze.

Va però notato che sulla base del Vangelo tutti gli autori ortodossi riconoscono istintivamente l’indissolubilità del matrimonio cristiano come un tema centrale, e insegnano questa dottrina agli sposi cristiani come un ideale a cui tendere.

Fra gli autori e i vescovi ortodossi non mancano gli oppositori radicali del divorzio. Alcuni di questi autori sostengono l’osservanza completa dell’indissolubilità del matrimonio e l’impossibilità del divorzio per qualsiasi ragione, adulterio compreso.

E in ogni caso, anche quei vescovi ortodossi che riconoscono la possibilità del divorzio e delle seconde nozze, li ammettono come un’eccezione che conferma la regola dell’unità del matrimonio e della sua indissolubilità. Una sorta di libello di ripudio “cristiano” insomma.

Che però, alla luce delle parole di Gesù nella Scrittura, sarebbe da considerarsi del tutto inaccettabile.

Un matrimonio contratto davanti a Dio, con la benedizione del Signore, è e resta indissolubile secondo la Parola di Gesù e la sua interpretazione autentica del sesto/settimo comandamento, da cui a mio parere non possiamo deflettere.

Accresci, Signore, la nostra fede, perchè siamo capaci di accogliere e vivere questa Parola che oggi ci doni.

Amen, Signore, secondo la Tua volontà.

Informazioni su Luca Zacchi

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