La parrhesia come ethos

La parresia, ricorda Foucault è, secondo l’etimologia, quell’attività verbale che consiste nel «dire-tutto»: pan-rhema.

Il parresiasta, colui che usa la parresia, è colui che dice tutto, o meglio, colui che dice con chiarezza, senza dissimulazione, né riserve, né ornamenti retorici, la verità.

La parresia è quindi un «dire-tutto» che ha a che fare con la verità: dire tutto della verità, non nascondere nulla della verità, dire la verità senza mascherarla in alcun modo.

Non solo: il parresiasta lega se stesso alla verità che annuncia al punto di assumerne su di sé ogni rischio, dalla rottura della relazione con l’interlocutore, che potrebbe essere ferito o offeso dal dire-il-vero del parresiasta, fino alla perdita della vita: un uomo insorge di fronte a un tiranno e gli dice la verità, esponendosi alla violenza della sua reazione; ecco una scena esemplare e paradigmatica di ciò che può essere, al limite, il rischio parresiastico.

In ogni caso, il dire-il-vero proprio della parresia comporta un’esposizione del soggetto a un pericolo indeterminato, ovvero l’apertura di uno spazio di rischio che può mettere in gioco la vita stessa del parlante: la parresia è il coraggio della verità.

In quanto tale, e a differenza della retorica, essa non è una tecnica, non è una strategia discorsiva, non è un mestiere. La parresia è qualcosa di più difficile da definire, una sorta di «nozione-ragno» (notion-araignée) che implica un atteggiamento, un modo di essere simile alla virtù, un ethos.

foucault

(testo ripreso dal blog Timore e Tremore)

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