Il giorno del settimo sigillo

Il libro dei sette sigilli. Solo l’Agnello è degno di aprirlo
Ro 11:33-34; Gv 5:22; Fl 2:5-11; Ef 1:10; Ap 1:5-6; 7:9-12

1 Vidi nella destra di colui che sedeva sul trono un libro scritto di dentro e di fuori, sigillato con sette sigilli. 2 E vidi un angelo potente che gridava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e di sciogliere i sigilli?» 3 Ma nessuno, né in cielo, né sulla terra, né sotto la terra, poteva aprire il libro, né guardarlo. 4 Io piangevo molto perché non si era trovato nessuno che fosse degno di aprire il libro, e di guardarlo. 5 Ma uno degli anziani mi disse: «Non piangere; ecco, il leone della tribù di Giuda, il discendente di Davide, ha vinto per aprire il libro e i suoi sette sigilli».

6 Poi vidi, in mezzo al trono e alle quattro creature viventi e in mezzo agli anziani, un Agnello in piedi, che sembrava essere stato immolato, e aveva sette corna e sette occhi che sono i sette spiriti di Dio, mandati per tutta la terra. 7 Egli venne e prese il libro dalla destra di colui che sedeva sul trono.

8 Quand’ebbe preso il libro, le quattro creature viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, ciascuno con una cetra e delle coppe d’oro piene di profumi, che sono le preghiere dei santi. 9 Essi cantavano un cantico nuovo, dicendo:

«Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai acquistato a Dio, con il tuo sangue, gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, 10 e ne hai fatto per il nostro Dio un regno e dei sacerdoti; e regneranno sulla terra».

11 E vidi, e udii voci di molti angeli intorno al trono, alle creature viventi e agli anziani; e il loro numero era di miriadi di miriadi, e migliaia di migliaia. 12 Essi dicevano a gran voce:
«Degno è l’Agnello, che è stato immolato, di ricevere la potenza, le ricchezze, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la lode».

13 E tutte le creature che sono nel cielo, sulla terra, sotto la terra e nel mare, e tutte le cose che sono in essi, udii che dicevano: «A colui che siede sul trono, e all’Agnello, siano la lode, l’onore, la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli».

14 Le quattro creature viventi dicevano: «Amen!».
E gli anziani si prostrarono e adorarono.

(Apocalisse 5)

Una scena che ho sempre trovato meravigliosa questa descritta nel quinto capitolo del libro della Rivelazione, o dell’Apocalisse, che si legge in questa terza domenica del tempo di Pasqua, del tempo di Resurrezione.

Meravigliosa perchè apre gli occhi del cuore alla meraviglia. Angeli che gridano, un uomo che piange per la disperazione, un anziano che lo consola e lo rassicura. Non c’è nulla da spaventarsi, Dio ha provveduto l’agnello per l’olocausto, ha offerto se stesso, nella Persona del suo stesso Figlio, che ora è lì, ucciso, immolato dagli uomini, che credono di essersene liberati, eppure in piedi, trionfante, forte delle parole invincibili scritte nel Libro, il Libro, il Verbo, di cui Egli stesso è l’Incarnazione.

Quando l’Agnello prende il Libro dalla destra di Colui che siede sul trono, processione trinitaria dal Padre al Figlio, la terza persona della Trinità, lo Spirito, si estende su ogni creatura vivente, e gli uomini, le creature viventi, gli anziani, i santi, pregano e si prostrano davanti a Lui.

Chi ascolta e crede la Parola, le parole scritte nel libro, ha la serenità che viene dal timore di Dio. Ha timore di Dio, giusto giudice, ma non ha paura, non può averne.

E prega, e canta, e loda:

«Degno è l’Agnello, che è stato immolato, di ricevere la potenza, le ricchezze, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la lode».

«A colui che siede sul trono, e all’Agnello, siano la lode, l’onore, la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli».

Mi è tornato in mente, leggendo e pregando, il film del regista svedese Ingmar Bergman, dedicato al settimo sigillo, al rapporto con Dio e con la morte. Ingmar Bergamn era figlio di un pastore luterano, Eric, severo, irritabile (scrive nelle sue memorie il regista: “Non potevamo fischiare, non potevamo camminare con le mani in tasca. Improvvisamente decideva di provarci una lezione e chi s’impappinava veniva punito. Soffriva molto per il suo udito eccessivamente sensibile, i rumori forti lo esasperavano”), sposato con una donna che non era la vera madre del futuro regista. Crebbe quindi in una comprensibile ansia che non gli facilitò certo il rapporto con Dio, di cui tuttavia nella vita, come nella sua opera cinematografica fu in costante ricerca. Un ateo cristiano, lo definì un critico.

Erik_Bergman

Eric Bergman, pastore luterano, padre del futuro regista Ingmar

Scrive il regista raccontando dei viaggi con il padre che si recava a predicare, evocando le scene che diedero lo spunto per il film che poi girò, nel 1956:

« Qualche volta, da bambino, mi fu permesso di accompagnare mio padre al lavoro. Predicava nelle piccole chiese dei paesi intorno a Stoccolma. Erano viaggi festosi e festivi, fatti in bicicletta attraverso un panorama primaverile. Mio padre mi insegnava i nomi di fiori, degli alberi e degli uccelli. Passavo il giorno senza essere disturbato dal mondo intorno a me. Per un piccolo il sermone è soltanto una questione da adulti. Mentre mio padre predicava dal pulpito e la congregazione pregava e cantava anch’essa, io dedicavo, invece, il mio interesse al mondo misterioso della chiesa fatta di archi bassi e muri spessi. Ero rapito dall’eternità.

La luce del sole colorata vibrava sopra i dipinti medievali e le figure intagliate su muri e soffitti. C’era tutto quello che una fervida immaginazione poteva desiderare: angeli, santi, dragoni, profeti, diavoli, creature umane. C’erano animali che incutevano molto paura: serpenti in Paradiso, l’asino di Balaam, la balena di Jonah, l’aquila della Rivelazione. Tutto circondato da un panorama paradisiaco, insieme terreno e sotterraneo, fatto di un strano miscuglio eppure dalla familiare bellezza.

Su uno scranno sedeva la Morte, che giocava agli scacchi con un Crociato. La stessa Morte che afferrava il ramo di un albero, dov’era seduto un uomo nudo con occhi sbarrati. Ancora, attraverso dolci colline la Morte conduceva il ballo finale verso le terre che ci sono oscure.

In un altro arco la Vergine Santa entrava in un giardino rosa, sostenendo i passi esitanti del Bambino e le sue mani erano quelle della donna di un contadino. La sua faccia era grave e gli uccelli starnazzavano intorno alla sua testa. I pittori medievali avevano ritratto tutto questo con grande tenerezza, abilità e gioia.

Tutto questo mi aveva trasportato in un mondo spontaneo e allettante, e quel mondo divenne davvero come il mondo di ogni giorno con mio padre, mia madre e fratelli e sorelle. D’altra parte mi difendevo contro il dramma ritratto sul crocifisso nel coro e nel presbiterio. La mia mente fu sopraffatta dalla crudeltà e dalla sofferenza estrema di quella scena. Fino a quando molto più tardi fede e dubbio sono diventati i miei compagni di viaggio.

Era ovvio che finissi per dare forma alle esperienze della mia infanzia. Vi sono stato, quasi, costretto, per esprimere il dilemma universale. La mia intenzione è sempre stata “dipingere” nello stesso modo del pittore di quella chiesa medievale, con lo stesso interesse obiettivo, con la stessa tenerezza e gioia. La risata degli esseri umani, il loro pianto, l’ululato della paura, i giochi, la sofferenza, il loro terrore della piaga, del giorno del Giudizio universale, della stella il cui nome è Assenzio. La nostra paura può essere di generi diversi, ma le parole per descriverla sono sempre le stesse…e i nostri quesiti universali permangono. La nostra domanda rimane. »

Nel film c’è anche questo dialogo, tra la morte ed il cavaliere:

« CAVALIERE: Io voglio sapere. Non credere. Non supporre. Voglio sapere. Voglio che Dio mi tenda la mano, mi sveli il suo volto, mi parli. MORTE: Il suo silenzio non ti parla? »

La domanda che rimane. E che ha in sè la sua risposta. E’ il silenzio di Dio che parla all’uomo, che gli si rivela. E’ il Crocifisso che poi è Risorto. E’ l’Agnello Immolato, sgozzato, ma eppure in piedi, con il Libro in mano! Signore del cielo e della terra.

Lo può cogliere solo l’uomo che si abbandona alla fiducia assoluta nella Sua Parola. L’uomo che vede la Sua Parola in ogni anelito di vita. L’uomo che vede la Sua Parola anche negli ultimi sospiri che precedono la morte corporale.

Tutta la nostra vita terrena, in fondo, non è altro che una partita a scacchi con la morte. Che prima o poi ci darà scacco matto. Ma che mai potrà davvero sconfiggerci, perchè siamo figli attraverso quel Figlio, figli prima di nascere alla vita di questo mondo, figli dopo la nostra morte terrena.

Non preoccupiamoci di una partita che abbiamo comunque perso, lasciamo le pretese del cavaliere (voglio, voglio, voglio), preoccupiamoci piuttosto del bilancio, o se volete, della bilancia con cui, dopo la morte terrena, saranno pesate le nostre anime.

Ma siamo nella gioia! Perchè il Nostro Redentore è vivo, e noi vedremo la gloria di Dio!

Amen, Signore.

Informazioni su Luca Zacchi

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