Affidati alla Croce

Commento al Vangelo del giorno di Antonello Iapicca

Dal Vangelo secondo Marco 4,35-41.

In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: «Passiamo all’altra riva». E lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che moriamo?». Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?». 

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Sulla barca per addormentarci con Gesù

Nella vita di un cristiano tutto si fonda sulla Parola di Gesù. “Passiamo all’altra riva!”: non un invito qualsiasi ma una Parola di Dio, ovvero creatrice, capace di realizzare quello che dice. Ma per crederci i discepoli devono imparare a conoscere il Signore. Avevano infatti preso Gesù “così com’era”, ma non sapevano “chi” egli fosse. E’ Dio, ma non lo sapevano. Per questo Gesù “intima” con autorità ai discepoli di passare all’altra riva: è come se li spingesse ad entrare nel “principio”, agli albori della creazione, per sperimentare che Lui era Dio.

Quel mare in tempesta è per loro come il caos primordiale dal quale Dio ha tratto la vita in virtù del suo semplice dire. Ma è anche come il caos nel quale l’uomo ripiomba dopo aver peccato. Perciò quella traversata è immagine d’ogni vicenda umana, di ciascuna delle nostre giornate, delle relazioni tra coniugi, tra genitori e figli, tra amici e colleghi. Perché il peccato rimescola ogni giorno le carte e ci ritroviamo a dover ricominciare ogni volta, che per un cristiano significa credere e convertirsi sempre perché Dio possa creare ancora quello che sporchiamo e rompiamo.

Ai cristiani non è permesso di installarsi fondando la vita sulla sabbia delle certezze effimere. Dio ha risposto al male e alla morte rompendo l’ineluttabilità della fine sulla quale il mondo alza disperato bandiera bianca. Ma non è facile. Occorre lasciarsi trascinare da Gesù nella traversata che affronti il “vento” delle tentazioni senza evitare le amare conseguenze dei nostri cedimenti, sino a che la barca non ne sia “piena”. E’ in quel momento, infatti, che Gesù rivela pienamente la sua divinità.

Nella Scrittura le “onde” sono un segno della morte. Ebbene i discepoli salgono sulla barca per divenire il Popolo che ha sperimentato l’amore di Dio più forte della morte. Il Popolo della Pasqua compiuta, che vive ogni evento come il passaggio del Mar Rosso, che non resta incastrato nella morte ma vi esce vittorioso insieme al suo Signore. Ma, come accadde profeticamente al Popolo di Israele, devono imparare a credere, e questo non è possibile senza conoscere se stessi. E quando ci si conosce? Nella difficoltà. Quando le cose non vanno come ci si sarebbe aspettato. Nel deserto che sembra di gran lunga peggiore dell’Egitto, come Israele; nel mare in tempesta, come i discepoli.

Per questo essi sono immagine di tutti noi che abbiamo sperato e creduto alla Parola di Gesù, ma di fronte alla storia che sembra smentirla, abbiamo finito con il dar credito all’inganno del demonio: a Dio “non importa di noi!”; è indifferente alla nostra sofferenza, non si accorge che stiamo “morendo”. Proprio come è accaduto nella barca: Gesù è con i discepoli, ma dorme. Lui c’è ma non fa nulla. Se è davvero il Figlio di Dio, se davvero ha il potere che dice di avere, se è stato Lui a moltiplicare pani e pesci, a guarire infermi e a scacciare i demoni, se può far miracoli e dorme, allora significa che non gli importa nulla di noi. Ecco, questo è il pensiero di chi ancora non conosce il Signore.

Ma proprio quel sonno è la loro assicurazione sulla vita. Finché Lui dorme la morte non può raggiungerli, perché si infrange nel sonno della morte del Signore. Ma ora i discepoli non possono ancora comprenderlo, e per questo svegliano Gesù e lo rimproverano. Quante volte sorge in noi la stessa domanda, che diventa la preghiera di chi non conosce veramente il Signore. Nei templi pagani davanti all’immagine della divinità vi è una grande campana. I fedeli che desiderano pregare si avvicinano e cominciano a scuoterla, per svegliare il loro dio e attirarne l’attenzione. E’ la religiosità naturale, quella che tutti portiamo dentro. Quando nelle difficoltà ci sembra che Dio non intervenga moltiplichiamo preghiere, sacrifici, offerte, perché Egli si svegli e si accorga di noi, e cambi il corso della storia secondo i nostri progetti.

E, sorprendentemente, il Signore si sveglia e comanda ai flutti, e ritorna la bonaccia. L’amore di Cristo si è piegato alla loro volontà, ma rimane l’incertezza di quello che è solo un abbozzo di fede. Importante e decisivo, perché obbliga a chiedersi “chi è costui?”. E’ il primo passo, ma la fede adulta è ben altro. E’ conoscenza, e confidenza. E’ addormentarsi con Lui anche nella tempesta, anche quando la nostra vita sembra affondare. E’ reclinare il capo e riposare sul legno della Croce che segna le nostre esistenze, come bimbi divezzati in braccio alla propria madre.

Tutti noi dobbiamo imparare la fede entrando nella barca della Chiesa e passare all’altra riva attraverso le mille tempeste dei progetti naufragati, dei criteri sommersi dalle onde, con la morte che si avvicina nell’insulto e nella calunnia di chi ci è accanto. La fede, infatti, è un cammino che ci fa entrare con Cristo nel sonno della morte per svegliarci nella risurrezione, per sperimentare concretamente che i peccati sono stati perdonati. E questo avviene solo quando si posano i piedi sull’altra riva, quando cioè i pensieri e i gesti testimoniano che siamo diventati una creatura nuova. Quando camminiamo sulla terra del Regno di Dio e risplende in noi l’immagine del Creatore.

Per questo, gli eventi che ci incalzano e che sembra ci facciano affondare, non sono il segno dell’abbandono di Dio, anzi. Nella barca possiamo scoprire e sperimentare che sono invece il luogo dove conoscere più intimamente il Signore. Anche e soprattutto nelle conseguenze amare dei peccati. Ma dobbiamo imparare a riconoscerci peccatori e ad accettarlo, altrimenti non sperimenteremo il potere di Gesù Cristo.

Il cristianesimo non è una religione naturale ma è Cristo stesso che è salito sul legno della croce per attraversare il mare della morte addormentandosi in essa e vincerla definitivamente. Per questo siamo chiamati ogni giorno ad entrare con Lui nel mare in tempesta, addormentati, senza resistere al male, senza scappare dalla storia, abbandonati nella volontà di Dio, certi del fatto che essa è sempre per il bene di ciascuno di noi, della Chiesa, dell’evangelizzazione, e del mondo. Perché è proprio lì che Dio farà risplendere il perdono e la vita che non muore, come un segno per ogni uomo.

Informazioni su Luca Zacchi

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